Premiare le società di base che lavorano bene e con continuità con i giovani

Cosa e come migliorare nel sistema di reclutamento dei giovani tesserati FIPAV?
Questo sembrerebbe l’intento dell’analisi statistica svolta dal Prof. D’Arcangelo su dati relativi al percorso sportivo di un campione di giovanissimi tesserati alla Federazione Italiana Pallavolo dalla stagione agonistica 2000-2001 al 2015-2016.

Dalle considerazioni che seguono emergono alcune indicazioni sicuramente ineressanti per tutti gli interessati ad un “progetto” a medio-lungo termine della Fipav:

  1. FORTE RECLUTAMENTO GIOVANILE ITALIA: tesserati 64.775 atleti Under 13, pari a 113.6 tesserati per 100 mila Abitanti.
    La forza di reclutamento giovanile della FIPAV, misurata attraverso il n° di ragazzi e ragazze sotto i 13 anni, tesserati per la prima volta nella stagione agonistica 2000-2001, può considerarsi sicuramente molto alta, sia in termini assoluti, che in confronto con le altre FSN del CONI.
  1. MOLTO FORTE LA DIFFERENZA TRA I SESSI: il reclutamento della FIPAV negli ultimi 20 anni si è progressivamente sbilanciato rispetto al genere.
    La percentuale di maschi che praticano pallavolo è oggi molto inferiore a quella delle femmine. Nel collettivo in esame le differenze sono molto forti: 9% di femmine, contro il 15.1% di maschi. Questa differenza nel reclutamento giovanile ovviamente si trasferisce in un diverso numero di squadre partecipanti ai campionati federali, a sua volta molto sbilanciato a favore delle donne, soprattutto nei campionati provinciali e regionali.
  1. IL MASSIMO DI ADESIONI NELLE ETÀ 11-12 ANNI
    Il 60.2% dei tesseramenti si verifica per i ragazzi/e di 11-12 anni, il 30.4% rappresentato da quelli di 9-10 anni e solo il 9.4% i più piccoli, tra cui quelli di 7 anni si fermano allo 0.7%.
    Ci domandiamo allora se non sia il caso di rivedere l’età del primo tesseramento, o almeno di dare una diversa connotazione ai centri giovanili nella fascia 5-10 anni.
  2. SIGNIFICATIVA PRESENZA DI STRANIERI: 601 giovani (0.9%) provenienti da molti paesi.
    Se a questi aggiungiamo gli atleti di nazionalità italiana ma appartenenti alle nuove tipologie di famiglie (uno o due genitori stranieri, bambini adottati, ecc.), questo numero è sicuramente molto maggiore e ciò evidenzia come lo sport, insieme alla scuola, possa svolgere un ruolo importante nella politica di integrazione dei giovani provenienti da altri paesi.
  1. PREOCCUPANTI SQUILIBRI NEL TERRITORIO: negli anni 2000 è cambiata anche la geografia della pallavolo italiana.
    Se l’Emilia Romagna e le Marche sono sempre nella parte alta delle classifiche per molti indicatori, è indubbio che le altre regioni del Nord Est (FVG, TAA, Veneto) ormai hanno conquistato la leadership del movimento. Allo stesso modo è evidente che si è allargata la forbice tra le regioni del Nord e del Centro da una parte e quelle del Sud dall’altra: in particolare ritardo nel reclutamento, ma non solo, sembrano essere il Molise, la Campania e la Sicilia.
  1. MOLTO POCHI I “FEDELISSIMI”
    La coorte dei tesserati è stata seguita dal 2000-2001 fino al 2015-1016 e per ogni anno abbiamo rilevato la variabile “Status” che indica se l’atleta è ancora tesserato, oppure se ha lasciato la pallavolo: il n° di quelli ancora tesserati alla fine del 2016 erano solo 2.313 (il 3.6% rispetto al contingente iniziale), di cui 461 maschi (4.7%) e 1.852 femmine (3.4%). Dopo 5 anni i fedeli sono il 22.7% (23.0% le donne e 20.9% gli uomini), mentre a 10 anni sono 8.4% (8.3% le donne e 9.4% gli uomini).
  1. DRAMMATICO ABBANDONO NEI PRIMI ANNI: dei 64.775 tesserati, oltre 27 mila abbandonano la pallavolo già dopo il 1° anno di attività (il 42.1%).
    A questi se ne aggiungono altri 9.528 al 2° anno (il 14.7%) e 5.584 al terzo (l’8.6%), per cui alla fine della stagione 2002-2003 gli abbandoni raggiungono la cifra di 42.409 (il 65.5%), mentre restano in attività solo 22.366 atleti (il 34.5%). Quindi solo dopo tre anni di attività, due terzi hanno abbandonato la pallavolo e solamente un terzo resta in attività nella Fipav, e questo è sicuramente il dato più preoccupante. Comunque il problema dell’abbandono della pratica sportiva in età giovanile in tutte le discipline è stato documentato a più riprese anche attraverso le Indagini Multiscopo dell’Istat degli ultimi anni, ma purtroppo poco si è fatto per contrastare questo fenomeno.
  1. L’ABBANDONO È INFLUENZATO DA DIVERSI FATTORI
    Abbiamo visto come l’abbandono sia influenzato fortemente da fattori ambientali, strutturali e demografici (Età-Sesso): gli stranieri lasciano la Fipav più precocemente degli italiani (con interessanti differenze al loro interno), i giovani del Sud più di quelli del Centro-Nord (soprattutto del Nord Est). L’analisi statistica multivariata ha evidenziato che le differenze tra maschi e femmine in termine di abbandoni, a parità di altri fattori, sono minime tanto più precoce è il tesseramento (ad es. a 7-8 anni) tanto più forte è l’abbandono, e questo è un monito, vista la tendenza non solo delle Federazioni ma anche degli Enti di Promozione Sportiva, ad anticipare il tesseramento nella fascia di età 5-10 anni.
  1. L’AVVIAMENTO PRECOCE E’ DANNOSO
    Quanto precede ci riporta alle storiche esperienze dello sport giovanile e scolastico nel nostro paese, dai Giochi della Gioventù, ai Centri di Avviamento allo Sport del CONI (CAS), cui purtroppo non è seguito più nulla, a parte i ripetuti e rituali richiami allo sport nella scuola. La nostra idea di fondo è quella di rimettere al centro dell’educazione motoria gli aspetti generali della formazione fisico-sportiva, riaffermando ancora una volta l’importanza del gioco e del divertimento, ossia gli aspetti ludici, soprattutto nella fascia di età 5-10 anni, in cui si deve guardare più alla formazione fisico-tecnica generale dei bambini che non a sviluppare le capacità e le abilità specifiche di una singola disciplina sportiva.
  1. LA SELEZIONE PRECOCE È ANCORA PIU’ DELETERIA: ancora più dannosa dell’avviamento precoce è la selezione precoce, ossia la ricerca delle qualità fisiche e agonistiche necessarie per emergere nei vari campionati giovanili.
    Sotto questo punto di vista anche la Fipav, come dimostrano i dati a nostra disposizione, non ha fatto molto: i campionati giovanili vengono indetti con l’obiettivo primario non della promozione ma appunto quello della qualificazione/selezione. Ora se è indubbio che il compito di una FSN del CONI, più che degli EPS, sia quello della qualificazione del proprio movimento, questo non deve esaurirsi nella ricerca del talento da lanciare nelle serie superiori, ma deve convivere col progetto di formazione generale, per non perdere tutte le potenzialità che i giovani atleti possono ancora esprimere negli anni successivi. Anche il problema della selezione precoce ormai è un problema comune a molte Federazioni, sia degli sport individuali che di squadra, compreso il calcio che grazie ai grandi numeri poteva permettersi di offrire molte soluzioni, ma ormai non è più così nemmeno per il nostro “sport nazionale”.
  2. LA “LUNGA MARCIA” PER GIOCARE IN SERIE A E B: dei 65 mila tesserati iniziali Under 13, abbiamo visto che sono soltanto 2.313 i fedelissimi in attività dopo 15 anni.
    A questi vanno aggiunti 1829 atleti che pur avendo interrotto l’attività sono poi rientrati per giocare nel 2015-16 un campionato federale. La maggioranza di questi 4.160 atleti ha giocato in un campionato provinciale o regionale, mentre 331 (l’8%) hanno militato in un campionato nazionale (A1, A2, B1, B2): ossia appena lo 0.51% dei 64.755 reclutati nel lontano 2000-2001. Infine 24 sono quelli che hanno giocato nell’ultima stagione in A1, equamente ripartiti tra maschi e femmine, a cui va aggiunto Ivan Zaitsev che ha giocato in Russia. Insomma per formare atleti di valore assoluto serve un percorso alquanto lungo e complesso, ossia una vera e propria “lunga marcia”…

 

CONCLUSIONI

a) VALORIZZARE GLI ASPETTI LUDICI, DEL GIOCO E DEL DIVERTIMENTO NELLA FASCIA DI ETA’ 5-10 ANNI. Questo ci sembra l’aspetto prioritario su cui intervenire se non per impedire, ma almeno per contrastare il fenomeno dell’abbandono precoce su cui questa ricerca non lascia dubbio alcuno. La diminuzione complessiva di giovani che si dedicano con continuità alla pratica sportiva di tipo agonistico, ha spinto negli ultimi anni le FSN del CONI (Fipav compresa) ad anticipare l’età del primo tesseramento, ma questa è una scelta suicida se non si accompagna il reclutamento ad un progetto di mantenimento dei giovani che invece sempre in percentuale maggiore “provano” tutte le discipline (spesso scelte per vicinanza, orari, costi e non per scelta tecnica vera e propria) e poi, insoddisfatti, si allontanano dallo sport.

b) SVILUPPARE LE CAPACITA’ FISICHE E TECNICHE MA ATTENTI ANCHE AGLI ASPETTI CULTURALI E COMPORTAMENTALI.
Abbiamo già accennato all’effetto dannoso della combinazione “avviamento precoce” e “selezione precoce” e ricordato il tempo in cui il CONI attraverso i CAS (Centri di Avviamento allo Sport) cercava di guidare il processo di apprendimento tecnico-sportivo curando la preparazione generale del giovane nella fascia di età 11-13 anni (che è quella della Scuola Media Inferiore), a scapito di quella fisicotecnica mirata al raggiungimento di un risultato agonistico immediato. Oggi i CAS non ci sono più e nei Centri Giovanili di tutti gli sport ormai più che alle capacità di base e al condizionamento generale, si punta al risultato immediato attraverso allenamenti finalizzati e specifici, col risultato magari di vincere qualche gara o un campionato, ma poi di non migliorare o addirittura avere delle flessioni nelle età successive, quando di fatto inizia la carriera sportiva vera e propria di un atleta. Di giovani “promesse” che da grandi nessuno ha più visto è pieno lo sport italiano. Nelle età giovanili si dovrebbe incentivare e facilitare la collaborazione tra società sportiva da una parte e scuola e famiglia dall’altra, per formare anche culturalmente, socialmente e negli stili di vita (leggi fumo, alcool, alimentazione, abuso di integratori e/o di farmaci) il giovane praticante: solo in questo modo gli si aprono le prospettive per diventare un atleta prima e un campione poi.

c) AMPLIARE L’OFFERTA SPORTIVA DEI CAMPIONATI GIOVANILI, DA QUELLI PROMOZIONALI A QUELLI MAGGIORMENTE QUALIFICANTI e SELETTIVI.
L’organizzazione sportiva giovanile è ormai codificata da molti anni all’interno della Fipav e dopo il minivolley l’attività si svolge soprattutto con i campionati U14, U16 e U18, a livello Provinciale e Regionali, con gironi ad hoc (“Eccellenza”) in cui vengono schierate le squadre delle società migliori. Essendo un gioco di squadra che ha bisogno di almeno 10-12 giocatori per club per partecipare ad un torneo e/o campionato, il tutto diventa di non facile realizzazione in aree territoriali dove ci sono sia poche società che penuria di tesserati, con il risultato che può diventare difficile poter far partecipare tutti i giovani ad un campionato che sia allo stesso tempo divertente e adeguato ai propri livelli. Una partita che finisce 3-0 magari con parziali avvilenti, tipo 25-10, 25-10, 25-10 certamente non è servita a nulla, da un punto di vista sportivo, sia a chi vince che a chi perde. Soprattutto nella fascia di età 11-14 anni sarebbe quindi necessario che a livello territoriale si programmasse un’attività in grado di coinvolgere il maggior numero di giovani, ampliando l’offerta sportiva per dare più possibilità di esprimersi ai loro livelli. Sarebbe quindi importante coinvolgere in questa direzione Scuole, Enti di Promozione Sportiva, e altre Associazioni sul territorio, anche se non direttamente società sportive. Insomma campionati di vario livello, ma anche semplici Tornei, Feste, concentramenti con altre Federazioni, tutte occasioni per far divertire i giovani e legarli ad un progetto sportivo di media-lunga durata.

d) UN PROGETTO DI PROMOZIONE PER IL SETTORE MASCHILE DEL VOLLEY NON E’ PIU’ RINVIABILE.
Sono molti anni ormai che il settore maschile del volley lamenta una graduale diminuzione di tesserati nel settore giovanile, come dimostrano sia il preoccupante calo di squadre partecipanti ai campionati Under 16 e Under 18 maschili nelle province italiane (comprese quelle capoluogo di regione e quelle che venti anni fa erano indicate come le capitali del volley maschile), sia l’aumento dell’età media degli atleti nelle Serie C Regionali e nelle B Nazionali. Eppure a fronte di tutto ciò sono mancati sia gli interventi a carattere promozionale e mediatico che quelli di sostegno alle società di base. Riportare il rapporto maschi/femmine nel reclutamento giovanile se non a livelli di parità, ma almeno a 1/3 è, beninteso a nostro avviso, un compito prioritario della Fipav nei prossimi anni.

e) IL TERRITORIO, LE REGIONI E LE PROVINCE DEL SUD.
Lo stesso dicasi per invertire la rotta in merito al preoccupante squilibrio tra regioni del Centro-Nord da una parte e quelle Sud dall’altra: anche qui i segnali sono noti da molti anni sia a livello di tesseramento di base sia per le squadre di livello regionale e nazionale, ad esempio le B maschili si sono ridotte di molto termini negli ultimi 20 anni, ma nessuno se ne è preoccupato più di tanto. Bisogna anche ricordare che progressivamente è venuto a mancare, in parte o del tutto, il contributo degli Enti Locali che per molti anni hanno sostenuto non poco le squadre di vertice del volley meridionale. Inoltre in un momento di profonda crisi economica come quella che stiamo vivendo, anche i contributi di sponsorizzazione da parte delle aziende diventano difficili nel Centro-Nord, figuriamoci nel Sud dove la crisi è ancora più grave. Servono quindi progetti mirati sia della Fipav, ma anche il CONI non può stare a guardare, capaci di rilanciare uno sport che ha avuto momenti di grande vivacità e successo in molte Province del Sud.

f) PREMIARE LE SOCIETA’ DI BASE CHE LAVORANO BENE E CON CONTINUITA’ CON I GIOVANI.
Negli ultimi anni diverse Federazioni hanno fatto molto in questa direzione, dando i giusti riconoscimenti alle “Scuole Federali Giovanili” delle varie discipline. Sicuramente la Fipav è tra le più meritorie tra queste, con l’istituzione delle Scuole Federali di Pallavolo: occorre ampliare e rafforzare questo tipo di interventi, fornendo risorse, materiali, possibilità di scambi tecnici, stage, seminari e tutte le occasioni che permettono di crescere, culturalmente e tecnicamente. Inutile dire che anche sotto questo aspetto sarebbe opportuno che il CONI facesse la sua parte. Quello che è certo è che bisognerebbe premiare in modo fattivo e reale le società che lavorano soprattutto nel settore giovanile delle varie discipline sportive e che lo fanno seguendo negli anni un programma condiviso sia dalla Federazione di competenza che dal CONI. Altrimenti diventa più semplice per tutti cercare di raggiungere qualche obiettivo immediato a scapito di quelli futuri, oppure appoggiarsi a qualche club professionistico (come sta succedendo sempre più spesso per il calcio e il basket), o ancora affidare i giovani più promettenti (i cosiddetti “talenti”) al migliore offerente: c’è sempre qualcuno disposto a promettere mare e monti, e poi magari scomparire nel nulla…

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