Deducibilità delle sponsorizzazioni sportive

Le sponsorizzazioni, linfa vitale delle Società ed Associazioni Sportive: istruzioni per l’uso e recenti sviluppi

La legge italiana favorisce e incoraggia, grazie a una serie di agevolazioni fiscali per le aziende sponsor, l’autofinanziamento delle società sportive.

In particolare, ai sensi dell’art. 90 comma 8 della L. 289/2002, un’azienda può erogare fino a 200.000 € all’anno in favore di una o più Società sportive; il vantaggio per la prima risiede nel fatto che la legge presume l’intera deducibilità di tale cifra quale spesa di pubblicità, qualora vengano rispettati i seguenti parametri:

1)      La/le beneficiarie siano compagini sportive dilettantistiche, ( quindi società  ed associazioni sportive dilettantistiche regolarmente iscritte al registro CONI);

2)      L’azienda non superi il limite quantitativo di 200.000 € di sponsorizzazione annuo;

3)      La sponsorizzazione sia finalizzata a promuovere l’immagine o i prodotti dell’azienda;

4)      Il beneficiario svolga una concreta attività di sponsorizzazione, ad esempio tramite cartelloni, striscioni, loghi sulle divise da gioco ecc…

Il fatto che la legge “presuma” tale condizione ha come importante corollario che l’Agenzia delle Entrate, in presenza dei summenzionati parametri, non possa entrare nel merito della sponsorizzazione per verificare altri elementi quali ad esempio l’economicità della spesa per l’azienda, e cioè l’incidenza della spesa sul bilancio dell’azienda, con riferimento ai ricavi annuali.

Questo il modello teorico: quindi, in parole povere, una società sportiva in cerca di un finanziamento per sostenere le spese di una stagione può contare sull’aiuto di aziende esterne, e queste ultime sono incoraggiate a contribuire in quanto la spesa è interamente deducibile in presenza dei parametri di cui sopra.

Negli anni però si è posto un rilevante problema: l’Agenzia delle Entrate, ignorando all’atto pratico la previsione legislativa, ha spesso ostacolato questo sistema, perpetrando controlli nel merito della sponsorizzazione e andando a considerarla quale spesa di rappresentanza (quindi non interamente deducibile per l’azienda erogatrice).

Come può in tale scenario una società sportiva trovare le risorse per sostenere le spese di una stagione, se, nonostante il favore della legge, è il sistema stesso ad ostacolarla e metterla in cattiva luce verso le aziende intenzionate a contribuire?

Dopo un lungo periodo di stallo la Cassazione è finalmente intervenuta a fare chiarezza, ribadendo quello che era l’intento favorevole originario della legge. In particolare, in due recentissime ordinanze (la n. 7202 del 21 Marzo e la n. 8981 del 6 Aprile 2017), la Suprema Corte ha confermato e nuovamente esplicitato il contenuto dell’art. 90 comma 8: in un rapporto di sponsorizzazione, il rispetto dei requisiti di legge (i numeri 1)-4) summenzionati) postula la non verificabilità, da parte dell’Agenzia delle Entrate, del rispetto di altri parametri normalmente verificabili per considerare un costo deducibile come spesa di pubblicità (nelle parole della Corte “sono da ritenersi ultronee le [altre] considerazioni fatte sul punto”, come ad esempio, nel caso dell’ordinanza n.8981, risulta irrilevante la non certezza della data del contratto di sponsorizzazione).

In conclusione, il sistema si muove senz’altro in direzione positiva: il legislatore italiano ha tutto l’interesse a che le associazioni sportive possano trovare da se’ i mezzi per far fronte alle proprie spese, e la recente consapevolezza della Corte di Cassazione sul punto fa sì che anche coloro che la legge la mettono in pratica siano più consapevoli della sua interpretazione e applicazione.